
Il 5 giugno 2026, nella Giornata Mondiale dell’Ambiente, la sede assembleare della BCC Capaccio Paestum Serino, in via Roma n. 100 a Serino, ha ospitato una tavola rotonda dal titolo tanto semplice quanto impegnativo: “Transizione green, responsabilità, economia circolare”.
Un titolo costruito attorno a tre parole che, oggi più che mai, non possono restare slogan. La transizione green non è una moda. La responsabilità non è una formula astratta. L’economia circolare non è una bella espressione da inserire nei documenti ufficiali. Sono tre dimensioni concrete, che riguardano le imprese, le istituzioni, i professionisti, il mondo bancario, i territori, le nuove generazioni e, in ultima analisi, ciascuno di noi.
L’iniziativa, promossa dalla BCC Capaccio Paestum Serino, con il coinvolgimento di Co.Svi.Te., Fondazione De Chiara De Maio, BCC Lab, People e Mutua Madonna del Granato, ha riunito attorno allo stesso tavolo competenze diverse: mondo accademico, sistema bancario, imprenditoria, consulenza ambientale, pubblica amministrazione, professioni giuridiche ed economiche.
La sala, come mostrano le immagini dell’incontro (riportate in fondo all’articolo), restituiscono il senso di un confronto vero: relatori seduti allo stesso tavolo, pubblico attento, imprenditori presenti, tecnici, professionisti, rappresentanti del territorio. Non un evento celebrativo, ma un’occasione di lavoro.
I saluti iniziali: territorio, generazioni e futuro
Dopo l’accoglienza delle 16.30, i lavori sono iniziati alle 17.00 con i saluti istituzionali.
L’ing. Rosario Pingaro ha aperto l’incontro richiamando il ruolo della BCC e del territorio. Il tema della sostenibilità è stato presentato non come elemento esterno all’economia, ma come fattore economico positivo. In questa prospettiva, la sostenibilità deve entrare nelle imprese, nei processi produttivi e nelle scelte di sviluppo.
L’imprenditore serinese Gaetano De Feo ha portato il saluto del territorio, ricordando il valore delle future generazioni e delle aziende locali. Dal suo interventi è emerso un punto decisivo: la sostenibilità non deve rimanere solo un tema tecnico, ma deve tradursi in azione. Occorre collaborazione reale, continuità, coinvolgimento delle nuove generazioni e capacità di costruire ponti tra imprese, istituzioni e comunità.
L’ing. Angelo Marra, una delle persone che ha maggiormente voluto l’evento e lavorato alla sua riuscita, ha collegato la Giornata Mondiale dell’Ambiente alla transizione ecologica e all’economia circolare, ricordando che questi temi sono ormai centrali per tutti i sistemi produttivi. Non si tratta più di chiedersi se cambiare, ma come farlo. La differenza, oggi, la fanno i sistemi produttivi capaci di innovare, misurare, rendicontare e migliorare.
Il signor Diodato De Maio ha portato la voce dell’imprenditore concreto, legato alla tradizione manifatturiera e al territorio. Nei suoi richiami sono emersi alcuni elementi importanti: la forza della manifattura italiana, il coinvolgimento delle nuove generazioni, la collaborazione reale tra soggetti diversi, la necessità che la sostenibilità non resti sulla carta ma diventi tecnologia, organizzazione e comportamento aziendale.
Educare alla transizione ecologica: industria, ambiente e territorio
Il primo intervento tecnico-scientifico è stato quello del prof. ing. Giovanni De Feo, docente di Ingegneria sanitaria-ambientale presso l’Università degli Studi di Salerno, con una relazione dal titolo “Industria, Ambiente e Territorio: Educare alla transizione ecologica”.
Il punto di partenza è chiaro: industria, ambiente e territorio non devono essere considerati mondi separati o contrapposti. Per troppo tempo il dibattito pubblico ha opposto lavoro e ambiente, produzione e tutela, impresa e salute. Oggi, invece, la vera sfida è costruire una visione integrata.
Educare alla transizione ecologica significa proprio questo: imparare a leggere insieme le dimensioni ambientale, economica e sociale. Significa comprendere che le imprese non possono crescere ignorando l’ambiente, ma anche che l’ambiente non si tutela con formule generiche o con divieti astratti. Servono conoscenza, competenze, dati, responsabilità, tecnologie, controlli e soprattutto persone capaci di dialogare.
Il concetto di economia circolare è stato richiamato nella sua dimensione più concreta: ridurre gli sprechi, valorizzare gli scarti, progettare meglio i processi, trasformare ciò che era rifiuto in nuova risorsa, quando tecnicamente e normativamente possibile. Ma economia circolare non significa dire semplicemente “ricicliamo tutto”. Significa progettare sistemi più intelligenti, più efficienti, più responsabili.
La transizione ecologica, per essere reale, deve coinvolgere le imprese, la pubblica amministrazione, il sistema finanziario, la ricerca, la scuola e i cittadini. Non basta una tecnologia. Non basta una norma. Non basta un incentivo. Serve una cultura nuova.
In questo senso, l’educazione ambientale non è un’attività marginale. È la base per costruire consapevolezza. È ciò che consente a un territorio di scegliere, capire, partecipare e migliorare.
Occorre approfondire e non essere superficiali, altrimenti si rischia di inquinare ancora prima con le parole che con gli inquinanti. Bisogna andare oltre i pregiudizi, studiare a fondo le questioni, confrontarsi e costruire consapevolezza nei cittadini e nelle istituzioni.
Francesco Coda: gli adempimenti ambientali non sono burocrazia inutile
L’ing. Francesco Coda, consulente ambientale, ha affrontato il tema del processo tecnico-amministrativo per le istruttorie delle pratiche ambientali.
Il suo intervento ha richiamato una dimensione spesso percepita dalle imprese come ostacolo: autorizzazioni, adempimenti, scadenze, emissioni in atmosfera, gestione delle acque, servizi igienici, rifiuti, MUD, rumore, AUA, AIA, VIA, autorizzazioni ordinarie e semplificate.
Eppure il messaggio centrale è stato un altro: gli adempimenti ambientali non sono solo un peso burocratico. Se compresi e gestiti bene, diventano strumenti di prevenzione, trasparenza, sicurezza e miglioramento.
Le autorizzazioni ambientali servono a definire regole chiare. Le scadenze servono a evitare dimenticanze pericolose. I monitoraggi periodici servono a verificare che un’attività produttiva stia operando correttamente. La gestione dei rifiuti, delle emissioni, delle acque e del rumore non può essere lasciata all’improvvisazione.
Un passaggio importante riguarda proprio la differenza tra “fare documenti” e “governare processi”. Un’impresa sostenibile non è quella che conserva fascicoli in ordine, ma quella che conosce i propri impatti, li misura, li riduce e li gestisce con continuità.
Per questo l’ambiente è entrato ormai in tutti i processi. Non riguarda più solo le grandi industrie o i settori più esposti. Riguarda le aziende, i professionisti, gli uffici tecnici, i consulenti, gli amministratori e tutti coloro che prendono decisioni.
Massimo Pace: autorizzazioni, imprese e complessità del territorio
Il dott. Massimo Pace, dirigente UOS 216.02.02 – Autorizzazioni ambientali e rifiuti Avellino-Salerno, ha affrontato il tema del contesto autorizzativo per le aziende green.
Il suo intervento ha avuto il merito di riportare la discussione dentro la complessità reale del territorio campano. Le procedure autorizzative sono tra gli ambiti più delicati perché mettono insieme ambiente, tecnologia, società, salute pubblica, attività economiche e responsabilità amministrativa.
Sono stati richiamati i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, definiti obiettivi “ragionevoli”, ma proprio per questo impegnativi. Non slogan irraggiungibili, ma direzioni operative verso cui orientare le politiche, le imprese e le comunità.
Il rilascio delle autorizzazioni ambientali deve tenere insieme più esigenze: consentire alle imprese di operare, garantire controlli adeguati, evitare impatti significativi, rispettare le normative europee e nazionali, favorire l’innovazione.
Un concetto emerso con forza è la necessità di un atteggiamento proattivo da parte delle imprese. Non bisogna limitarsi a inseguire le sanzioni o a rispondere solo quando arriva un controllo. Occorre fare riferimento a ciò che davvero governa il processo produttivo, conoscere la normativa, comprendere le linee guida, aggiornarsi, dialogare con gli enti competenti.
La normativa ambientale guida le imprese, ma non può sostituire la responsabilità interna. Il cambiamento reale avviene quando l’impresa non si chiede soltanto “che cosa devo fare per essere in regola?”, ma anche “che cosa posso fare per migliorare davvero?”.
Letizia Romano: nuovi reati ambientali e responsabilità degli enti
L’avv. Letizia Romano, del Foro di Avellino, ha affrontato un tema fondamentale: nuovi reati ambientali, condotte illecite, pene, sanzioni amministrative e responsabilità delle persone fisiche e delle imprese.
Il suo intervento ha ricordato che la materia ambientale non è più un ambito debole o secondario del diritto. I reati ambientali, il decreto “Terra dei Fuochi”, il D.Lgs. 152/2006, la responsabilità amministrativa degli enti e il D.Lgs. 231/2001 mostrano come il legislatore abbia progressivamente rafforzato gli strumenti di tutela.
Tra gli aspetti richiamati vi sono gli ecoreati, il traffico illecito di rifiuti, l’abbandono incontrollato, la distinzione tra rifiuti pericolosi e non pericolosi, le categorie omogenee, i registri di carico e scarico, il deposito temporaneo, le responsabilità lungo la filiera.
Un punto particolarmente importante riguarda il concetto di responsabilità. Non basta dire che un rifiuto “esce” dall’azienda. Bisogna sapere dove va, chi lo prende in carico, come viene gestito, se la documentazione è corretta, se il percorso è tracciabile.
La responsabilità ambientale non termina al cancello dell’impresa. La gestione corretta richiede attenzione, controlli interni, scelta accurata degli operatori, documentazione, consapevolezza.
Da qui un messaggio essenziale: non si può più improvvisare. La sostenibilità richiede anche legalità, trasparenza e capacità di prevenire comportamenti illeciti.
Roberto Meoli: ESG, bilancio di sostenibilità e ruolo dei professionisti
Il dott. Roberto Meoli, commercialista dell’Ordine di Avellino, ha sviluppato il tema “ESG e bilancio di sostenibilità: il ruolo del professionista nella misurazione e rendicontazione del valore”.
Il suo intervento ha introdotto una parola chiave: rendicontare. Oggi le imprese non sono più valutate soltanto sulla base dei bilanci economici tradizionali. Entrano in gioco i fattori ESG: ambiente, sociale e governance.
Il professionista ha il compito di aiutare l’impresa a misurare, organizzare e comunicare il proprio valore in modo serio, verificabile e coerente. Il bilancio di sostenibilità non deve diventare un’operazione di immagine, ma uno strumento di conoscenza interna e di responsabilità esterna.
Il dott. Meoli ha insistito sulla sostenibilità come parola chiave. Ha richiamato l’importanza del micro e del macro, dell’approccio sistemico, della necessità di organizzarsi. “Dobbiamo organizzarci” è una frase semplice, ma profondissima: perché la sostenibilità non si improvvisa.
Cambiano l’impresa, i bilanci, il rapporto con il credito, la valutazione dei rischi, le richieste del mercato. Entrano in gioco rating, business plan, analisi prospettiche, questionari, autorizzazioni, certificazioni, indicatori.
La sostenibilità ambientale, sociale e di governance diventa parte della valutazione complessiva dell’impresa. Non è più un accessorio. È una dimensione del valore.
Il professionista, in questo quadro, diventa una figura di accompagnamento: aiuta l’impresa a capire dove si trova, cosa deve misurare, quali rischi corre, quali opportunità può cogliere e come evitare il greenwashing.
Giancarlo Manzi: il ruolo della BCC tra credito, governance e territorio
Il dott. Giancarlo Manzi, direttore generale della BCC Capaccio Paestum Serino, ha chiuso il ciclo delle relazioni affrontando il tema “Sostenibilità e transizione ESG: il ruolo della BCC”.
Il suo intervento ha riportato la sostenibilità dentro la missione della banca di comunità. Una BCC non è una banca qualsiasi: è un soggetto che vive nel territorio, conosce le imprese, incontra le famiglie, accompagna gli investimenti, sostiene le comunità.
È stata richiamata la necessità di coniugare la sostenibilità con la realtà quotidiana delle imprese. I problemi nascono spesso dalla mancanza di consapevolezza e dalla superficialità. La sostenibilità, invece, non è un costo ma un investimento.
Questo passaggio è decisivo: se la sostenibilità viene vista soltanto come spesa, obbligo o complicazione, difficilmente diventerà parte della strategia aziendale. Se invece viene riconosciuta come investimento, allora può incidere sulla qualità dei processi, sull’accesso al credito, sulla reputazione, sull’efficienza, sulla capacità di competere.
Il direttore ha richiamato anche il ruolo delle 111 BCC del Gruppo Iccrea presenti in Italia con oltre 2400 sportelli e la possibilità di offrire prodotti “green” e strumenti di finanza agevolata. Ma ha anche ricordato che sostenibilità e responsabilità devono procedere di pari passo. Non basta dichiararsi sostenibili: bisogna esserlo nei comportamenti, nelle scelte, nei bilanci e nella governance.
Le voci degli imprenditori: innovazione, tradizione e concretezza
Particolarmente significativi sono stati gli interventi degli imprenditori.
Da una parte è emersa la tradizione manifatturiera del territorio, dall’altra la consapevolezza che il futuro richiede innovazione. Gli imprenditori hanno richiamato il tema dei nuovi materiali, dei componenti sostenibili, delle fibre vegetali, delle soluzioni biodegradabili e compostabili.
È stato ricordato che non esiste soltanto la chimica tradizionale. Ci sono prodotti, scarti, sottoprodotti, biomateriali, componenti innovativi e nuove filiere che possono ridurre gli impatti ambientali e aprire prospettive di sviluppo.
Allo stesso tempo, emerge una richiesta forte: serve una cornice sostenibile anche per gli operatori che lavorano. Non basta chiedere alle imprese di cambiare; bisogna metterle nelle condizioni di farlo.
Sono stati citati temi molto concreti: riutilizzo delle acque, depuratore, soffierie, fanghi, sottoprodotti, scarti, ricerca, impianti, infrastrutture, cartolarizzazione, distretto, sinergia, squadra comune.
Il punto è chiaro: nessuna impresa può affrontare da sola una trasformazione così complessa. Il ruolo consortile, la collaborazione tra aziende, il rapporto con le istituzioni e la capacità di programmare diventano decisivi.
Il distretto, le infrastrutture e il bisogno di fare squadra
Pur non essendo l’unico centro dell’incontro, il distretto produttivo è entrato più volte nel dibattito come esempio concreto di territorio chiamato a misurarsi con la transizione.
Sono stati richiamati il Polo conciario, le imprese del distretto, la necessità di innovare, il problema delle infrastrutture, il ruolo degli impianti comuni, il trattamento delle acque, la gestione dei fanghi e la possibilità di sviluppare simbiosi industriale.
“Bisogna fare sistema” è forse una delle sintesi più efficaci dell’intera tavola rotonda.
Fare sistema significa che la BCC fa la sua parte, le imprese fanno la loro parte, i professionisti fanno la loro parte, la Regione fa la sua parte, gli enti autorizzativi fanno la loro parte, l’Università fa la sua parte, i cittadini fanno la loro parte.
Senza questo approccio, la sostenibilità resta una parola. Con questo approccio, può diventare progetto.
Ambiente e impresa: non avversari, ma compagni di strada
Uno dei messaggi più importanti dell’incontro è che ambiente e impresa non devono essere considerati avversari.
L’impresa ha bisogno dell’ambiente perché utilizza risorse, energia, acqua, suolo, materie prime. L’ambiente ha bisogno di imprese responsabili, capaci di innovare, ridurre gli impatti, produrre valore senza distruggere capitale naturale e sociale.
La transizione ecologica non può essere costruita contro le imprese, ma nemmeno può essere costruita ignorando gli impatti delle imprese. Serve equilibrio, rigore, conoscenza e responsabilità.
Bisogna evitare due errori opposti: da una parte pensare che tutto si possa risolvere con lo slogan “green”; dall’altra ritenere che ogni vincolo ambientale sia solo un ostacolo allo sviluppo.
La strada giusta è più complessa, ma anche più seria: misurare, autorizzare, monitorare, innovare, rendicontare, prevenire, educare.
La sostenibilità come cultura della responsabilità
Nel corso della tavola rotonda è emersa una visione ampia della sostenibilità.
Sostenibilità significa ambiente, ma anche salute, lavoro, sicurezza, governance, credito, legalità, formazione, competitività, nuove generazioni, fiducia.
Sostenibilità significa sapere che ogni scelta produce effetti. Una scelta industriale. Una scelta amministrativa. Una scelta bancaria. Una scelta professionale. Una scelta educativa.
Per questo la responsabilità è la parola centrale del titolo. Non basta parlare di transizione green. Bisogna chiedersi: chi è responsabile? Di cosa? Con quali strumenti? Con quali controlli? Con quali competenze?
La responsabilità riguarda le persone fisiche e le imprese. Riguarda gli enti. Riguarda chi produce, chi controlla, chi autorizza, chi finanzia, chi consiglia, chi comunica.
Ed è proprio qui che entra in gioco la cultura: perché le norme sono indispensabili, ma non bastano. Servono comportamenti coerenti. Servono valori. Servono persone preparate.
La transizione ecologica non si fa da soli. Non si fa chiusi nei propri uffici. Non si fa solo con le slide, i decreti, i formulari, i bilanci o le autorizzazioni.
Si fa incontrandosi. Ascoltandosi. Mettendo insieme linguaggi diversi. Traducendo le parole difficili in scelte concrete.
Conclusione: dal dire al fare
La tavola rotonda del 5 giugno 2026 a Serino ha dimostrato che parlare di transizione green, responsabilità ed economia circolare significa entrare nel cuore dei problemi reali.
Significa parlare di imprese e territorio, di banche e credito, di autorizzazioni e controlli, di reati ambientali e prevenzione, di ESG e bilanci di sostenibilità, di acqua e rifiuti, di innovazione e lavoro, di nuove generazioni e futuro.
Il rischio, quando si parla di sostenibilità, è sempre quello di fermarsi alle parole belle. Questa volta, invece, il confronto ha mostrato la necessità di andare oltre.
La sostenibilità deve diventare metodo. Deve diventare organizzazione. Deve diventare investimento. Deve diventare cultura. Deve diventare responsabilità condivisa.
Come Greenopoli insegna da anni, la vera transizione comincia quando la conoscenza diventa consapevolezza e la consapevolezza diventa azione.
Perché il futuro non si aspetta.
Si prepara.
Insieme.